mercoledì 18 aprile 2018

Attacchi informatici al cervello

Si, avete letto bene.

Nulla di particolarmente sorprendente. Come spiegato qui, degli esperti in sicurezza informatica hanno analizzato dei "neurostimolatori", dispositivi da impiantare sotto la pelle e collegare direttamente al cervello per mitigare i sintomi di alcune malattie (dolori cronici, problemi di movimento come quelli provocati dal Parkinson). Ovviamente hanno trovato il modo di modificare in modo non autorizzato la configurazione di un neurostimolatore già impiantato. Il che "could prevent the patient from speaking or moving, cause irreversible damage to their brain, or even worse, be life-threatening". L'attacco non è particolarmente sofisticato: essenzialmente è bastato ricostruire il formato dei segnali con i quali è programmato il neurostimolatore ed osservare che il protocollo ha garanzie di autenticazione e riservatezza praticamente inesistenti.

Ho scritto che questo evento non è sorprendente perché problemi di questo genere sono frequentissimi nei dispositivi elettronici, anche in quelli biomedicali. Vedi ad esempio le pompe di insulina ed i pacemaker (si, i pacemaker).

Ciò accade per molti motivi, uno dei quali è il fatto che le aziende che realizzano dispositivi biomedicali di solito sono competenti in elettronica e biomedica, ma non sono competenti in sicurezza informatica. Nessuno farebbe realizzare i dischi dei freni di un'automobile ad un'azienda specializzata in costruzioni in cemento armato. Purtroppo la società non si è ancora resa conto che un dispositivo contenente un calcolatore non è un dispositivo arricchito con qualche nuova caratteristica; è qualcosa di radicalmente diverso. Per comprendere quell'oggetto non è sufficiente essere competenti "nel dispositivo"; purtroppo è indispensabile essere competenti anche in informatica, altrimenti si ottengono dispositivi come questi. Dispositivi dai quali dipendono la vita delle persone ma che sono realizzati con tecniche del tutto inadeguate dal punto di vista informatico.

Questo evento si allaccia ad un tema a cui ho accennato brevemente al termine della lezione di "Reti di Calcolatori II e Principi di Sicurezza Informatica" di ieri. Quando uno studia i problemi di sicurezza, spesso gli attacchi gli sembrano intricati, complicati, mere possibilità teoriche di scarso interesse pratico. Questo è un approccio sbagliatissimo. Non si deve pensare in termini di "cosa so fare io", ma nei termini di "cosa può fare uno con motivazioni e competenze adeguate". Ragionando in questi termini uno sarebbe portato a concludere che realizzare il Pantheon o l'Acquedotto di Segovia è intricato, complicato, di scarso interesse pratico (nessuno di noi sarebbe in grado di realizzarli, neanche coinvolgendo altre persone....).

Questo problema è frequentissimo, al punto che gli esperti di sicurezza hanno formulato una sorta di principio apparentemente scherzoso ma profondissimo: "chiunque è in grado di progettare un protocollo di sicurezza che lui non è in grado di aggirare". Quello del neurostimolatore è un esempio da manuale. Il problema è che un protocollo di sicurezza non deve essere progettato da "chiunque". Deve essere progettato dagli esperti. I quali esperti sanno perfettamente che è meglio scegliere uno dei protocolli già esistenti e consolidati senza progettarne di nuovi, perché farne uno nuovo è troppo complicato; si cade quasi sempre nella trappola di cui sopra (si inventa un protocollo apparentemente indistruttibile, poi lo analizza un altro esperto e lui lo aggira con poco sforzo).

PS Il blog  in cui ho trovato la notizia sulla vulnerabilità dei neurostimolatori è fantastico. Ogni giorno viene analizzato un articolo scientifico, nei settori informatici più disparati. La selezione dei lavori e soprattutto la capacità di sintesi di Adrian Colyer sono davvero eccezionali.

martedì 27 marzo 2018

La lezione di oggi e lo scandalo Cambridge Analytica vs Facebook

Oggi nel corso di "Reti di Calcolatori II e Principi di Sicurezza Informatica" abbiamo completato la discussione di OAuth2, un protocollo fondamentale nella nostra vita quotidiana.

Ho dimenticato di evidenziare che questa è proprio la tecnologia alla base dell'enorme scandalo di cui sta parlando mezzo mondo, cioè il caso Cambridge Analytica-Facebook. Il caso è stato sviscerato ampiamente quindi non c'è molto da aggiungere; forse due punti di vista interessanti sono questo (descrizione di come uno sviluppatore abbia ottenuto tonnellate di dati che non gli servivano e che non pensava neanche di ottenere) e questo (analisi più ampia e profonda dei rischi potenziali per la società).

Dal nostro punto di vista ed in estrema sintesi, il problema è che quando i RO (resource owners, cioè gli utenti) assegnano ai C (applications, ad esempio Cambridge Analytica) la delega ad operare sulle proprie risorse sugli RS (resource server, ad esempio Facebook), quasi sempre lo fanno senza rendersi conto esattamente di cosa stanno facendo. Non si rendono cioè conto di quali informazioni personali stanno rendendo disponibili e cosa sia possibile fare con quelle informazioni.

Nel caso specifico Cambridge Analytica in realtà è accaduta una cosa ancora più sottile. I RO hanno fornito la delega ad una applicazione C (si chiamava thisisyourdigitallife) che aveva un certo scopo dichiarato (costruire un profilo della personalità). Poi questa applicazione ha usato i dati estratti da RS per scopi diversi da quelli dichiarati: li hanno venduti ad una terza parte (cioè Cambridge Analytica), la quale ha usato quei dati per operazioni di carattere politico.

Il problema dei C che usano la delega per uno scopo diverso da quello dichiarato lo abbiamo menzionato proprio stamani, ma mi sono dimenticato di evidenziare questo importantissimo esempio.